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POP-REVIEW
Shin Godzilla (2016)

Se Shin Godzilla è divenuto il film del franchise più redditizio in Giappone e la pellicola d’azione giapponese live-action di maggior incasso del 2016 (7 premi vinti su 11 nomination ai Japan Academy Prize) dei motivi ci sono. Soprattutto se consideriamo che il film rappresenta la 31esima incarnazione della longeva saga nata nel 1954. 

Il reboot della serie, pur basandosi sullo stesso incipit di altre pellicole che lo hanno preceduto, riesce a dare nuova linfa alla leggenda di Gojira che dopo oltre mezzo secolo di produzioni orientali ed occidentali sembrava arrancare, complice una mancanza di argomenti robusti da offrire al pubblico, se non il mero (ma sempre accattivante se fatto bene) intrattenimento.

Il film, oltre a mettere in scena la furia del radioattivo e titanico mostro contro Tokyo, pone l’accento anche su critiche sociali e politiche in merito alla nazione giapponese, come la parodia del pesante sistema amministrativo nipponico o i complicati rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. Netta poi la condanna verso l’energia nucleare, descritta più volte come croce del popolo giapponese (Hiroshima e Nagasaki, poi Fukushima). 

La lentezza della prima parte, seppur funzionale alla narrazione, si fa sentire. Il ritmo cresce però col passare dei minuti grazie ad un climax di tensione, inquietudine e horror che culminerà nella scena finale. Per quanto riguarda l’apparato tecnico, la riproduzione in CGI di Gojira è particolare: mentre i primi due stadi del mostro hanno un aspetto volutamente disturbante, la sua terza evoluzione cita apertamente gli effetti speciali vecchio stile denominati Tokusatsu dei film kaiju giapponesi degli anni ‘50 e potrebbe non piacere a chi preferisce un look moderno con movimenti più fluidi e dinamici.

Consigliamo il film a tutti gli appassionati del genere e non. Una diversa prospettiva su Godzilla figlia delle atmosfere, dei tempi e delle musiche tipiche delle opere di Hideaki Anno (qui sceneggiatore e regista), con un focus particolare sulle persone, le loro emozioni e le conseguenze delle loro azioni.

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POP-REVIEW Shin Godzilla (2016) Se Shin Godzilla è divenuto il film del franchise più redditizio in Giappone e la pellicola d’azione giapponese live-action di maggior incasso del 2016 (7 premi vinti su 11 nomination ai Japan Academy Prize) dei motivi ci sono. Soprattutto se consideriamo che il film rappresenta la 31esima incarnazione della longeva saga nata nel 1954.  Il reboot della serie, pur basandosi sullo stesso incipit di altre pellicole che lo hanno preceduto, riesce a dare nuova linfa alla leggenda di Gojira che dopo oltre mezzo secolo di produzioni orientali ed occidentali sembrava arrancare, complice una mancanza di argomenti robusti da offrire al pubblico, se non il mero (ma sempre accattivante se fatto bene) intrattenimento. Il film, oltre a mettere in scena la furia del radioattivo e titanico mostro contro Tokyo, pone l’accento anche su critiche sociali e politiche in merito alla nazione giapponese, come la parodia del pesante sistema amministrativo nipponico o i complicati rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. Netta poi la condanna verso l’energia nucleare, descritta più volte come croce del popolo giapponese (Hiroshima e Nagasaki, poi Fukushima).  La lentezza della prima parte, seppur funzionale alla narrazione, si fa sentire. Il ritmo cresce però col passare dei minuti grazie ad un climax di tensione, inquietudine e horror che culminerà nella scena finale. Per quanto riguarda l’apparato tecnico, la riproduzione in CGI di Gojira è particolare: mentre i primi due stadi del mostro hanno un aspetto volutamente disturbante, la sua terza evoluzione cita apertamente gli effetti speciali vecchio stile denominati Tokusatsu dei film kaiju giapponesi degli anni ‘50 e potrebbe non piacere a chi preferisce un look moderno con movimenti più fluidi e dinamici. Consigliamo il film a tutti gli appassionati del genere e non. Una diversa prospettiva su Godzilla figlia delle atmosfere, dei tempi e delle musiche tipiche delle opere di Hideaki Anno (qui sceneggiatore e regista), con un focus particolare sulle persone, le loro emozioni e le conseguenze delle loro azioni.

POP-REVIEW
WandaVision (2021)

VOTO: 3,5/5

Finalmente si è conclusa la miniserie esclusiva Disney+ ed è tempo di tirare le somme. Il primo prodotto televisivo dei Marvel Studios si è rivelato un lavoro molto buono, ottimo sotto certi punti di vista, ma che ha pian piano svelato anche tutti i suoi punti deboli.

Le prime puntate della serie risultano praticamente perfette. Ottima l’interpretazione degli attori, ottima la scrittura, ottime le ambientazioni...tutto perfetto, peccato che questa aura di perfezione vada poi a perdersi nelle battute finali della serie. Il finale ci ha deluso e rivedendo la serie nell’ottica del suo epilogo molte cose non tornano o risultano raffazzonate (qualcuno ha detto Pietro?). Peccato, perché l’idea iniziale della sitcom è risultata vincente e ben scritta, ci aspettavamo lo stesso dal resto, ma così non è stato.

Un plauso alla recitazione di Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff) e di Paul Bettany, davvero sorprendenti. I due hanno una chimica pazzesca su schermo e risultano convincentissimi anche nelle interazioni con gli altri personaggi. Menzione d’onore anche per Kathryn Hahn, che interpreta una splendida Agnes e ha saputo dare il meglio di sé in ogni occasione...

Chiudiamo analizzando il lato tecnico, che risulta sorprendentemente curato e di ottimo livello per un prodotto televisivo. Gli effetti convincono sempre alla grandissima (forse qualche scricchiolio solo nell’ultima puntata). Disney+ sta settando uno standard altissimo per i suoi prodotti, come già avevamo visto con “The Mandalorian” e noi non possiamo che esserne contenti.

Sicuramente consigliamo la visione, specie in questo periodo di secca del MCU. Ci spiace però che un prodotto così promettente sia andato ad arenarsi in un finale così disastroso e sbrigativo. Voi che ne pensate? Avete già visto tutta la serie? Fateci sapere qui sotto sé vi è piaciuta!

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POP-REVIEW WandaVision (2021) VOTO: 3,5/5 Finalmente si è conclusa la miniserie esclusiva Disney+ ed è tempo di tirare le somme. Il primo prodotto televisivo dei Marvel Studios si è rivelato un lavoro molto buono, ottimo sotto certi punti di vista, ma che ha pian piano svelato anche tutti i suoi punti deboli. Le prime puntate della serie risultano praticamente perfette. Ottima l’interpretazione degli attori, ottima la scrittura, ottime le ambientazioni...tutto perfetto, peccato che questa aura di perfezione vada poi a perdersi nelle battute finali della serie. Il finale ci ha deluso e rivedendo la serie nell’ottica del suo epilogo molte cose non tornano o risultano raffazzonate (qualcuno ha detto Pietro?). Peccato, perché l’idea iniziale della sitcom è risultata vincente e ben scritta, ci aspettavamo lo stesso dal resto, ma così non è stato. Un plauso alla recitazione di Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff) e di Paul Bettany, davvero sorprendenti. I due hanno una chimica pazzesca su schermo e risultano convincentissimi anche nelle interazioni con gli altri personaggi. Menzione d’onore anche per Kathryn Hahn, che interpreta una splendida Agnes e ha saputo dare il meglio di sé in ogni occasione... Chiudiamo analizzando il lato tecnico, che risulta sorprendentemente curato e di ottimo livello per un prodotto televisivo. Gli effetti convincono sempre alla grandissima (forse qualche scricchiolio solo nell’ultima puntata). Disney+ sta settando uno standard altissimo per i suoi prodotti, come già avevamo visto con “The Mandalorian” e noi non possiamo che esserne contenti. Sicuramente consigliamo la visione, specie in questo periodo di secca del MCU. Ci spiace però che un prodotto così promettente sia andato ad arenarsi in un finale così disastroso e sbrigativo. Voi che ne pensate? Avete già visto tutta la serie? Fateci sapere qui sotto sé vi è piaciuta!

POP-REVIEW
His House (2020)

VOTO= 3,5/5

Film horror distribuito in streaming su Netflix, che ne ha acquistato i diritti. La pellicola racconta di Rial e Bol, coppia di migranti sudanesi, che dopo un viaggio disperato sono da poco riuscita a scappare nel Regno Unito. Ben presto i due si renderanno conto che la loro nuova casa, potrebbe essere tutt’altro che accogliente.

Il regista Remi Weekes confeziona un horror davvero ben fatto. La pellicola spaventa, specie nella prima parte, dove l’orrore è solo suggerito; un po’ meno efficace quando i nodi cominciano a venire al pettine. Le influenze africane affascinano e aggiungo un pizzico di novità al tema della casa stregata, che invece di nuovo ha ben poco.

Visivamente il film funziona abbastanza bene, gli effetti più traballanti sono proprio quelli della creatura (forse anche per questo spaventa di più quando non la si vede). Bravi gli interpreti, soprattutto Wunmi Mosaku nei panni di Rial, che riesce a rendere benissimo la sofferenza patita dalla donna, che si dimostrerà però più salda e decisa del marito (Sope Dirisu) nelle sue convinzioni.

Rami Weekes ci dimostra come l’horror sia il genere principe per la critica sociale, anche se non del tutto approfonditi i temi trattati sono molto profondi. Il film ci ha colpito in positivo e pur con i suoi difetti secondo noi merita una visione, e perché no forse anche più di una. Consigliato se cercate un buon horror.

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POP-REVIEW His House (2020) VOTO= 3,5/5 Film horror distribuito in streaming su Netflix, che ne ha acquistato i diritti. La pellicola racconta di Rial e Bol, coppia di migranti sudanesi, che dopo un viaggio disperato sono da poco riuscita a scappare nel Regno Unito. Ben presto i due si renderanno conto che la loro nuova casa, potrebbe essere tutt’altro che accogliente. Il regista Remi Weekes confeziona un horror davvero ben fatto. La pellicola spaventa, specie nella prima parte, dove l’orrore è solo suggerito; un po’ meno efficace quando i nodi cominciano a venire al pettine. Le influenze africane affascinano e aggiungo un pizzico di novità al tema della casa stregata, che invece di nuovo ha ben poco. Visivamente il film funziona abbastanza bene, gli effetti più traballanti sono proprio quelli della creatura (forse anche per questo spaventa di più quando non la si vede). Bravi gli interpreti, soprattutto Wunmi Mosaku nei panni di Rial, che riesce a rendere benissimo la sofferenza patita dalla donna, che si dimostrerà però più salda e decisa del marito (Sope Dirisu) nelle sue convinzioni. Rami Weekes ci dimostra come l’horror sia il genere principe per la critica sociale, anche se non del tutto approfonditi i temi trattati sono molto profondi. Il film ci ha colpito in positivo e pur con i suoi difetti secondo noi merita una visione, e perché no forse anche più di una. Consigliato se cercate un buon horror.

POP-REVIEW
Venom (2018)

VOTO= 2,5/5

Gli ottimi incassi (oltre 850 milioni di dollari) della pellicola, diretta da Ruben Fleischer, hanno portato alla messa in cantiere del sequel, anche se noi avremmo qualcosa da ridire a riguardo... Il film risulta di una banalità disarmante e la trama, quanto di più scontato possibile, sembra arrivare direttamente dagli anni ‘90, ignorando completamente l’evoluzione che il genere dei cinecomics ha subito negli ultimi anni.

Il rapporto tra Venom ed Eddie Brock, qui interpretato da Tom Hardy, vorrebbe essere la spina dorsale del film (che come già detto a livello di intreccio ha ben poco da offrire), ma a tratti funziona e tratti no. Tom Hardy, imbolsito e un po’ svogliato, aveva qui il duro compito di reggere l’intero film sulle sue spalle, ma, complice una scrittura pietosa ed imbarazzante del suo personaggio (che come giornalista d’inchiesta non troverebbe lavoro neanche nel giornalino della parrocchia), non riesce nell’ardua impresa. Personaggi secondari non pervenuti. Menzione d’onore ad Anne, interpretata da Michelle Williams, come personaggio più irritante del film.

Gli effetti visivi risultano convincenti e ben realizzati, peccato servano scene d’azione dirette coi piedi (tolta la spettacolare sequenza dell’inseguimento in moto), che ne vanificano la bellezza. La regia non presenta particolari trovate e si limita a portare a casa il lavoro. 

Per concludere Venom risulta un film d’intrattenimento mediocre, che riesce molto poco nel suo intento e sembra durare troppo rispetto a quello che ha da raccontare. Non ci sentiamo di consigliarvelo e sicuramente non sentivamo la necessità di un sequel, resta il mistero di come abbia fatto a incassare così tanto.

P.S. Woody Harrelson con quei capelli è RIDICOLO!

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POP-REVIEW Venom (2018) VOTO= 2,5/5 Gli ottimi incassi (oltre 850 milioni di dollari) della pellicola, diretta da Ruben Fleischer, hanno portato alla messa in cantiere del sequel, anche se noi avremmo qualcosa da ridire a riguardo... Il film risulta di una banalità disarmante e la trama, quanto di più scontato possibile, sembra arrivare direttamente dagli anni ‘90, ignorando completamente l’evoluzione che il genere dei cinecomics ha subito negli ultimi anni. Il rapporto tra Venom ed Eddie Brock, qui interpretato da Tom Hardy, vorrebbe essere la spina dorsale del film (che come già detto a livello di intreccio ha ben poco da offrire), ma a tratti funziona e tratti no. Tom Hardy, imbolsito e un po’ svogliato, aveva qui il duro compito di reggere l’intero film sulle sue spalle, ma, complice una scrittura pietosa ed imbarazzante del suo personaggio (che come giornalista d’inchiesta non troverebbe lavoro neanche nel giornalino della parrocchia), non riesce nell’ardua impresa. Personaggi secondari non pervenuti. Menzione d’onore ad Anne, interpretata da Michelle Williams, come personaggio più irritante del film. Gli effetti visivi risultano convincenti e ben realizzati, peccato servano scene d’azione dirette coi piedi (tolta la spettacolare sequenza dell’inseguimento in moto), che ne vanificano la bellezza. La regia non presenta particolari trovate e si limita a portare a casa il lavoro.  Per concludere Venom risulta un film d’intrattenimento mediocre, che riesce molto poco nel suo intento e sembra durare troppo rispetto a quello che ha da raccontare. Non ci sentiamo di consigliarvelo e sicuramente non sentivamo la necessità di un sequel, resta il mistero di come abbia fatto a incassare così tanto. P.S. Woody Harrelson con quei capelli è RIDICOLO!

POP-REVIEW
Macchine mortali (2018)

VOTO= 2/5

Ultimo grande blockbuster di Peter Jackson, qui in veste sceneggiatore, mentre la regia è affidata alla mano del debuttante Christian Rivers. Nei piani di Universal doveva dare avvio a una lunga e fruttifera saga cinematografica che avrebbe trasposto tutti i romanzi di Philip Reeve, da cui anche questo film è tratto. La pellicola si è invece rivelata il flop più grande della sua annata e con 174milioni di perdite stimate, anche uno dei più grandi flop della storia del cinema.

Il film in se è bruttino. Molti dei problemi partono dalla sceneggiatura, scontata e prevedibile nel suo svolgimento, ma allo stesso tempo complessa in quanto catapulta in un nuovo mondo senza introdurlo a dovere, dando per scontati concetti, fatti e persone, vomitandoli in faccia allo spettatore (ma non tutti hanno letto i romanzi…). Molte cose non tornano o sono assolutamente sbagliate, portando molto facilmente a perdere l’immedesimazione e la sospensione dell’incredulità, e quando accade in un fantasy la cosa è un pelino grave.

Il cast non presenta nomi di spicco (fatta eccezione per Hugo Weaving) e, complice anche la scarsa caratterizzazione non colpisce per nulla. Interpretazioni sciatte e svogliate, il design poco ispirato dei personaggi poi, rende tutto ancora più piatto. Peccato però perché il potenziale da questo punto di vista (come anche per l’ambientazione) c’era tutto.

Visivamente e registicamente il film si attesta quasi sempre su buoni livelli. Reeve sembra aver imparato molto dal suo maestro (Peter Jackson n.d.r.). Molto bella la scena dell’inseguimento iniziale e alcune spettacolari inquadrature, peccato il film non abbia altro da offrire oltre lo spettacolo visivo.

Bocciato. Salviamo solo il più che convincente apparato visivo e l’idea di base, peccato che quest’ultima venga dal libro… Film inutile, passate pure oltre.

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POP-REVIEW Macchine mortali (2018) VOTO= 2/5 Ultimo grande blockbuster di Peter Jackson, qui in veste sceneggiatore, mentre la regia è affidata alla mano del debuttante Christian Rivers. Nei piani di Universal doveva dare avvio a una lunga e fruttifera saga cinematografica che avrebbe trasposto tutti i romanzi di Philip Reeve, da cui anche questo film è tratto. La pellicola si è invece rivelata il flop più grande della sua annata e con 174milioni di perdite stimate, anche uno dei più grandi flop della storia del cinema. Il film in se è bruttino. Molti dei problemi partono dalla sceneggiatura, scontata e prevedibile nel suo svolgimento, ma allo stesso tempo complessa in quanto catapulta in un nuovo mondo senza introdurlo a dovere, dando per scontati concetti, fatti e persone, vomitandoli in faccia allo spettatore (ma non tutti hanno letto i romanzi…). Molte cose non tornano o sono assolutamente sbagliate, portando molto facilmente a perdere l’immedesimazione e la sospensione dell’incredulità, e quando accade in un fantasy la cosa è un pelino grave. Il cast non presenta nomi di spicco (fatta eccezione per Hugo Weaving) e, complice anche la scarsa caratterizzazione non colpisce per nulla. Interpretazioni sciatte e svogliate, il design poco ispirato dei personaggi poi, rende tutto ancora più piatto. Peccato però perché il potenziale da questo punto di vista (come anche per l’ambientazione) c’era tutto. Visivamente e registicamente il film si attesta quasi sempre su buoni livelli. Reeve sembra aver imparato molto dal suo maestro (Peter Jackson n.d.r.). Molto bella la scena dell’inseguimento iniziale e alcune spettacolari inquadrature, peccato il film non abbia altro da offrire oltre lo spettacolo visivo. Bocciato. Salviamo solo il più che convincente apparato visivo e l’idea di base, peccato che quest’ultima venga dal libro… Film inutile, passate pure oltre.

POP-REVIEW 
Lady Bird

[Reading time: 45 sec]

VOTO= 3.5/5

Per la regia della debuttante Greta Gerwig oggi recensiremo “Lady Bird”, film del 2017 che ottenne ben cinque candidature ai premi Oscar del 2018 tra cui miglior film e miglior sceneggiatura originale.

La pellicola si concentra sulle vicende di Christine “Lady Bird” McPherson, interpretata da Saoirse Ronan, studentessa all’ultimo anno di liceo particolarmente irriverente che sogna di lasciare la sua città natale, Sacramento, per andare a studiare in un’università dell’ East Coast scontrandosi quotidianamente con sua madre, interpretata da Laurie Metcalf, con la quale ha un rapporto molto difficile. 

Il punto di forza della pellicola è infatti rappresentato proprio dalle due attrici e dal loro rapporto turbolento che le porta quasi costantemente al conflitto nonostante cerchino in tutti i modi di compiacersi l’un l’altra.

Sicuramente un film godibile, ben girato e con una sceneggiatura solida ma che sinceramente non ci ha sorpreso o fatto gridare al miracolo tanto da non farci capire l’enorme clamore che suscitò alla sua uscita essendo in fin dei conti un film come tanti altri. 

In conclusione il film nonostante non sia un capolavoro come annoverato da alcuni rimane comunque un buon film ma si aggiudica solo 3,5 pop nella nostra personale classifica.

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POP-REVIEW  Lady Bird [Reading time: 45 sec] VOTO= 3.5/5 Per la regia della debuttante Greta Gerwig oggi recensiremo “Lady Bird”, film del 2017 che ottenne ben cinque candidature ai premi Oscar del 2018 tra cui miglior film e miglior sceneggiatura originale. La pellicola si concentra sulle vicende di Christine “Lady Bird” McPherson, interpretata da Saoirse Ronan, studentessa all’ultimo anno di liceo particolarmente irriverente che sogna di lasciare la sua città natale, Sacramento, per andare a studiare in un’università dell’ East Coast scontrandosi quotidianamente con sua madre, interpretata da Laurie Metcalf, con la quale ha un rapporto molto difficile.  Il punto di forza della pellicola è infatti rappresentato proprio dalle due attrici e dal loro rapporto turbolento che le porta quasi costantemente al conflitto nonostante cerchino in tutti i modi di compiacersi l’un l’altra. Sicuramente un film godibile, ben girato e con una sceneggiatura solida ma che sinceramente non ci ha sorpreso o fatto gridare al miracolo tanto da non farci capire l’enorme clamore che suscitò alla sua uscita essendo in fin dei conti un film come tanti altri.  In conclusione il film nonostante non sia un capolavoro come annoverato da alcuni rimane comunque un buon film ma si aggiudica solo 3,5 pop nella nostra personale classifica.

POP-REVIEW
La tartaruga rossa

[Reading time: 50 sec]

VOTO= 4,5/5

Nato dalla collaborazione tra due dei paesi più importanti per l’animazione mondiale, ovvero Francia e Giappone, nel 2016 venne presentato “La tartaruga rossa” il primo lungometraggio di Michaël Dudok de Wit.

Fino ad allora il regista olandese aveva realizzato solamente cortometraggi e proprio uno di questi, “Father and Daughter”, che vi invitiamo tra l’altro a recuperare, aveva impressionato a tal punto il compianto Isao Takahata da portare alla collaborazione tra i due registi per la realizzazione di una pellicola.

La storia vede come protagonista un uomo che a seguito di un naufragio si ritrova su un’isola deserta. Dopo lo smarrimento iniziale iniziano i suoi tentativi per poter fuggire dall’isola e trovare la salvezza, ma ogni suo sforzo viene reso vano da un enorme tartaruga rossa che lo costringe inevitabilmente a restare sull’isola. 

Poco alla volta lo spettatore insieme al protagonista si accorge di cosa sta accadendo in realtà e del significato della misteriosa tartaruga, trasformando quello che inizialmente sembrava un incipit come tanti altri in una splendida metafora sulla vita.

Un film realizzato magnificamente e dietro al quale si percepisce tutto l’amore dei due registi. L’insieme perfettamente bilanciato di animazioni, musiche e la scelta di realizzare un film muto, che per diversi aspetti ricorda il capolavoro di Sylvain Chomet “L’illusionista”, pagano in pieno regalandoci uno dei migliori film degli ultimi anni. 

Un film che conferma per l’ennesima volta le enormi potenzialità del cinema d’animazione che troppo spesso non viene considerato con la giusta attenzione e che si aggiudica 4,5 pop più che meritati.

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POP-REVIEW La tartaruga rossa [Reading time: 50 sec] VOTO= 4,5/5 Nato dalla collaborazione tra due dei paesi più importanti per l’animazione mondiale, ovvero Francia e Giappone, nel 2016 venne presentato “La tartaruga rossa” il primo lungometraggio di Michaël Dudok de Wit. Fino ad allora il regista olandese aveva realizzato solamente cortometraggi e proprio uno di questi, “Father and Daughter”, che vi invitiamo tra l’altro a recuperare, aveva impressionato a tal punto il compianto Isao Takahata da portare alla collaborazione tra i due registi per la realizzazione di una pellicola. La storia vede come protagonista un uomo che a seguito di un naufragio si ritrova su un’isola deserta. Dopo lo smarrimento iniziale iniziano i suoi tentativi per poter fuggire dall’isola e trovare la salvezza, ma ogni suo sforzo viene reso vano da un enorme tartaruga rossa che lo costringe inevitabilmente a restare sull’isola.  Poco alla volta lo spettatore insieme al protagonista si accorge di cosa sta accadendo in realtà e del significato della misteriosa tartaruga, trasformando quello che inizialmente sembrava un incipit come tanti altri in una splendida metafora sulla vita. Un film realizzato magnificamente e dietro al quale si percepisce tutto l’amore dei due registi. L’insieme perfettamente bilanciato di animazioni, musiche e la scelta di realizzare un film muto, che per diversi aspetti ricorda il capolavoro di Sylvain Chomet “L’illusionista”, pagano in pieno regalandoci uno dei migliori film degli ultimi anni.  Un film che conferma per l’ennesima volta le enormi potenzialità del cinema d’animazione che troppo spesso non viene considerato con la giusta attenzione e che si aggiudica 4,5 pop più che meritati.

POP-REVIEW
Star Wars: The Clone Wars (2008-2020)

VOTO = 4 / 5

A quasi un anno dalla sua conclusione parliamo oggi di “The Clone Wars” la serie animata Lucasfilm che ci racconta le avventure dei Jedi impegnati nelle Guerre dei Cloni, a metà tra le vicende di Episodio II ed Episodio III. Il prodotto curato da George Lucas in persona affiancato da Dave Filoni, diventato negli anni uno dei più importanti creativi del brand (a lui si deve il recente “The Mandalorian”).

Cosa ci piace della serie? I personaggi nuovi e non, approfonditi e sfaccettati (Ahsoka su tutti), la cui caratterizzazione permette di affezionarsi profondamente a loro (anche a tutti quei cloni e maestri Jedi che nell’universo cinematografico risultano poco più di un mero contorno). Altro punto a favore sono i temi trattati. Sebbene la serie (soprattutto nelle prime stagioni) si ponga inizialmente come prodotto per bambini, racconta e fa riflettere su temi quali guerra, politica, democrazia, libertà, amore e amicizia, risultando apprezzabilissima anche per un pubblico più maturo. Spendiamo due parole anche per le musiche, assolutamente bellissime come da sempre il brand ci ha abituato (impossibile non emozionarsi quando risentiamo i temi da noi tanto amati).

Ovviamente parliamo di un prodotto non perfetto, a partire dai ritmi della serie, che è afflitta dalla (strana) scelta di non seguire l’ordine cronologico nella narrazione, rendendo alcune storyline complicate da seguire. A ciò si ricollega la presenza di ingombranti filler, che, soprattutto nelle prime 2 stagioni, spezzano ulteriormente il ritmo della narrazione. Parliamo infine della grafica, molto cartoon, che può non piacere a tutti e limitare la fruizione della serie.

Nel complesso 7 stagioni riuscitissime, che toccano l’apice proprio col finale della serie, un prodotto per noi capace di appassionare tanto i fan quanto gli spettatori della domenica. Chi ha apprezzato le atmosfere della saga le ritroverà appieno in questo prodotto, tanto da riuscire a scordare l’ultima disastrosa trilogia cinematografica.

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POP-REVIEW Star Wars: The Clone Wars (2008-2020) VOTO = 4 / 5 A quasi un anno dalla sua conclusione parliamo oggi di “The Clone Wars” la serie animata Lucasfilm che ci racconta le avventure dei Jedi impegnati nelle Guerre dei Cloni, a metà tra le vicende di Episodio II ed Episodio III. Il prodotto curato da George Lucas in persona affiancato da Dave Filoni, diventato negli anni uno dei più importanti creativi del brand (a lui si deve il recente “The Mandalorian”). Cosa ci piace della serie? I personaggi nuovi e non, approfonditi e sfaccettati (Ahsoka su tutti), la cui caratterizzazione permette di affezionarsi profondamente a loro (anche a tutti quei cloni e maestri Jedi che nell’universo cinematografico risultano poco più di un mero contorno). Altro punto a favore sono i temi trattati. Sebbene la serie (soprattutto nelle prime stagioni) si ponga inizialmente come prodotto per bambini, racconta e fa riflettere su temi quali guerra, politica, democrazia, libertà, amore e amicizia, risultando apprezzabilissima anche per un pubblico più maturo. Spendiamo due parole anche per le musiche, assolutamente bellissime come da sempre il brand ci ha abituato (impossibile non emozionarsi quando risentiamo i temi da noi tanto amati). Ovviamente parliamo di un prodotto non perfetto, a partire dai ritmi della serie, che è afflitta dalla (strana) scelta di non seguire l’ordine cronologico nella narrazione, rendendo alcune storyline complicate da seguire. A ciò si ricollega la presenza di ingombranti filler, che, soprattutto nelle prime 2 stagioni, spezzano ulteriormente il ritmo della narrazione. Parliamo infine della grafica, molto cartoon, che può non piacere a tutti e limitare la fruizione della serie. Nel complesso 7 stagioni riuscitissime, che toccano l’apice proprio col finale della serie, un prodotto per noi capace di appassionare tanto i fan quanto gli spettatori della domenica. Chi ha apprezzato le atmosfere della saga le ritroverà appieno in questo prodotto, tanto da riuscire a scordare l’ultima disastrosa trilogia cinematografica.

POP-REVIEW
Mad Men (2007-2015)

VOTO= 4,5/5

Nella sigla di “Mad Men” vediamo un uomo precipitare da un grattacielo mentre intorno a lui vorticano le immagini di numerose pubblicità. Basterebbe questo per descrivere quella che è una delle migliori serie tv mai prodotte. L’uomo che cade rappresenta infatti quello che accade in ogni episodio, ad ogni personaggio per tutto l’arco delle sette stagioni.

Prima di spiegarne il motivo è necessario fare un passo indietro. Quello che ci si presenta davanti è sostanzialmente un drama, che dà particolare risalto al periodo storico nel quale si svolge. I protagonisti della storia sono dei pubblicitari degli anni sessanta che lavorano a Madison Avenue, da cui appunto prendono l’appellativo di Mad Men. Seguiremo le loro vicende durante un arco di circa dieci anni, dividendoci tra campagne pubblicitarie per note aziende ed i vari eventi storici che sconvolsero gli Stati Uniti e la sua società nel secondo dopoguerra, passando dall’omicidio di Kennedy ed arrivando fino all’allunaggio. Una nota va fatta proprio per la ricostruzione storica che è infatti un fattore di vanto per la serie in cui tutto, dai vestiti ai cocktail, è stato studiato a dovere in modo da combaciare alla perfezione con lo stile dell’epoca.

Ma il vero punto di forza della serie sono i suoi personaggi. Tutti, dal primo all’ultimo, lasciano qualcosa nello spettatore, a partire ovviamente dal protagonista principale Don Draper, interpretato da un magistrale Jon Hamm. Li vedremo destreggiarsi nella giungla urbana di New York alla ricerca del loro posto nel mondo insieme alle loro paure e alle loro ansie, li vedremo sbagliare e a volte, comportarsi in maniera discutibile, tanto da disgustare con le loro azioni.

Molti affermano che tante delle critiche sociali e del mondo del lavoro mosse dalla serie siano un chiaro riferimento al presente, ma la realtà è che nulla è mai veramente cambiato. Per concludere ricollegandoci a quanto detto all’inizio, “Mad Men” non racconta altro che la caduta rovinosa di un uomo, di chi gli sta intorno e di un’intera società, la sigla ne è il riassunto perfetto.

Da vedere assolutamente.

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POP-REVIEW Mad Men (2007-2015) VOTO= 4,5/5 Nella sigla di “Mad Men” vediamo un uomo precipitare da un grattacielo mentre intorno a lui vorticano le immagini di numerose pubblicità. Basterebbe questo per descrivere quella che è una delle migliori serie tv mai prodotte. L’uomo che cade rappresenta infatti quello che accade in ogni episodio, ad ogni personaggio per tutto l’arco delle sette stagioni. Prima di spiegarne il motivo è necessario fare un passo indietro. Quello che ci si presenta davanti è sostanzialmente un drama, che dà particolare risalto al periodo storico nel quale si svolge. I protagonisti della storia sono dei pubblicitari degli anni sessanta che lavorano a Madison Avenue, da cui appunto prendono l’appellativo di Mad Men. Seguiremo le loro vicende durante un arco di circa dieci anni, dividendoci tra campagne pubblicitarie per note aziende ed i vari eventi storici che sconvolsero gli Stati Uniti e la sua società nel secondo dopoguerra, passando dall’omicidio di Kennedy ed arrivando fino all’allunaggio. Una nota va fatta proprio per la ricostruzione storica che è infatti un fattore di vanto per la serie in cui tutto, dai vestiti ai cocktail, è stato studiato a dovere in modo da combaciare alla perfezione con lo stile dell’epoca. Ma il vero punto di forza della serie sono i suoi personaggi. Tutti, dal primo all’ultimo, lasciano qualcosa nello spettatore, a partire ovviamente dal protagonista principale Don Draper, interpretato da un magistrale Jon Hamm. Li vedremo destreggiarsi nella giungla urbana di New York alla ricerca del loro posto nel mondo insieme alle loro paure e alle loro ansie, li vedremo sbagliare e a volte, comportarsi in maniera discutibile, tanto da disgustare con le loro azioni. Molti affermano che tante delle critiche sociali e del mondo del lavoro mosse dalla serie siano un chiaro riferimento al presente, ma la realtà è che nulla è mai veramente cambiato. Per concludere ricollegandoci a quanto detto all’inizio, “Mad Men” non racconta altro che la caduta rovinosa di un uomo, di chi gli sta intorno e di un’intera società, la sigla ne è il riassunto perfetto. Da vedere assolutamente.

POP-NEWS
Fast & Furious 9: nuovo trailer presentato durante il Super Bowl
[Reading Time: 40 sec] 

La famiglia di Dominic Toretto è pronta a tornare nel nono capitolo della fortunata quanto adrenalinica saga di Fast & Furious. 
Questa notte, durante l'attesissimo evento americano del Super Bowl, sono state mostrate nuove scene del film, in un breve trailer di 30 secondi. 

Nessuna novità sulla trama, il precedente trailer, rilasciato lo scorso anno, aveva già mostrato risvolti importanti per Dominic, costretto a tornare in azione perché minacciato nuovamente da Cipher (Charlize Theron) e adesso anche da suo fratello, interpretato da John Cena, personaggio sconosciuto finora mai incontrato dalla crew di Toretto. 

Le immagini rilasciate ci mostrano però sequenze molto frenetiche all'insegna degli inseguimenti, dell'azione e delle esplosioni, come ci hanno abituati gli ultimi film della serie, con scene ambientate nelle strade (e non solo) di quelle che sembrano essere le principali location del sequel fra Los Angeles, Londra e città della Thailandia. 

Data di uscita ancora da fissare ufficialmente per l'Italia, negli Usa esordirà nelle sale a partire dal 28 Maggio. 
Nel frattempo fateci sapere se anche voi siete eccitati per questo nuovo capitolo e cosa ne pensate!

@popcornnmovies

POP-NEWS Fast & Furious 9: nuovo trailer presentato durante il Super Bowl [Reading Time: 40 sec] La famiglia di Dominic Toretto è pronta a tornare nel nono capitolo della fortunata quanto adrenalinica saga di Fast & Furious. Questa notte, durante l'attesissimo evento americano del Super Bowl, sono state mostrate nuove scene del film, in un breve trailer di 30 secondi. Nessuna novità sulla trama, il precedente trailer, rilasciato lo scorso anno, aveva già mostrato risvolti importanti per Dominic, costretto a tornare in azione perché minacciato nuovamente da Cipher (Charlize Theron) e adesso anche da suo fratello, interpretato da John Cena, personaggio sconosciuto finora mai incontrato dalla crew di Toretto. Le immagini rilasciate ci mostrano però sequenze molto frenetiche all'insegna degli inseguimenti, dell'azione e delle esplosioni, come ci hanno abituati gli ultimi film della serie, con scene ambientate nelle strade (e non solo) di quelle che sembrano essere le principali location del sequel fra Los Angeles, Londra e città della Thailandia. Data di uscita ancora da fissare ufficialmente per l'Italia, negli Usa esordirà nelle sale a partire dal 28 Maggio. Nel frattempo fateci sapere se anche voi siete eccitati per questo nuovo capitolo e cosa ne pensate!

POP-FOCUS
Gremlins (1984)

“Gremlins” il film di Joe Dante, diventato negli anni un piccolo cult del genere commedia-horror. Costato circa 11 milioni di dollari, incassò più di dieci volte tanto il suo budget iniziale, fermando la sua corsa a oltre 148 milioni di dollari per il solo box office americano, un vero successo!

Le origini dei Gremlins, i piccoli mostriciattoli che ormai tanto amiamo risalgono addirittura alla 2a Guerra Mondiale. Gli aviatori della RAF raccontavano storie su piccoli mostriciattoli che danneggiavano i loro aerei facendoli schiantare. Ad alimentare e diffondere il mito l’autore Roald Dahl, che scrisse un romanzo per bambini intitolato “The Gremlins”, che riprendeva ed ampliava questi racconti. Il famoso scrittore inglese lavorò anche ad una sceneggiatura per un film Disney sul tema, che però non vide mai la luce. 

A riprendere in mano il concept sarà poi Chris Columbus (noto ai più per aver diretto i primi 2 film della saga di Harry Potter). La sceneggiatura che scrisse ( inizialmente non prevista per essere girata) era molto più orrorifica di quella finale: prevedeva la morte della madre di Billy, uccisa dai gremlins (con tanto di testa mozzata) e un assalto dei mostri ad un McDonald’s, dove avrebbero sbranato i clienti e rifiutato gli hamburger.

Uno dei punti di forza del film sono i suoi effetti. Questi contavano principalmente sulle marionette e gli animatronic; un primo tentativo prevedeva di usare delle scimmie, fu poi abbandonato poiché queste erano colte dal panico quando costrette ad indossare le teste da gremlin. I pupazzi furono disegnati da Chris Walas.I pupazzi di Gizmo in particolare erano i più complessi da gestire, in quanto piccoli e molto soggetti a rotture. Walas suggerì di farli più grandi per ridurre le difficoltà,ma il regista Joe Dante insistette per tenerli così, ritenendoli più carini. La frustrazione di lavorare con Gizmo spinse la crew a scrivere una lista dal titolo “Orribili cose da fare a Gizmo” e portò all’inserimento del film di una scena in cui i gremlins appendono Gizmo e gli tirano addosso delle freccette.

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POP-FOCUS Gremlins (1984) “Gremlins” il film di Joe Dante, diventato negli anni un piccolo cult del genere commedia-horror. Costato circa 11 milioni di dollari, incassò più di dieci volte tanto il suo budget iniziale, fermando la sua corsa a oltre 148 milioni di dollari per il solo box office americano, un vero successo! Le origini dei Gremlins, i piccoli mostriciattoli che ormai tanto amiamo risalgono addirittura alla 2a Guerra Mondiale. Gli aviatori della RAF raccontavano storie su piccoli mostriciattoli che danneggiavano i loro aerei facendoli schiantare. Ad alimentare e diffondere il mito l’autore Roald Dahl, che scrisse un romanzo per bambini intitolato “The Gremlins”, che riprendeva ed ampliava questi racconti. Il famoso scrittore inglese lavorò anche ad una sceneggiatura per un film Disney sul tema, che però non vide mai la luce.  A riprendere in mano il concept sarà poi Chris Columbus (noto ai più per aver diretto i primi 2 film della saga di Harry Potter). La sceneggiatura che scrisse ( inizialmente non prevista per essere girata) era molto più orrorifica di quella finale: prevedeva la morte della madre di Billy, uccisa dai gremlins (con tanto di testa mozzata) e un assalto dei mostri ad un McDonald’s, dove avrebbero sbranato i clienti e rifiutato gli hamburger. Uno dei punti di forza del film sono i suoi effetti. Questi contavano principalmente sulle marionette e gli animatronic; un primo tentativo prevedeva di usare delle scimmie, fu poi abbandonato poiché queste erano colte dal panico quando costrette ad indossare le teste da gremlin. I pupazzi furono disegnati da Chris Walas.I pupazzi di Gizmo in particolare erano i più complessi da gestire, in quanto piccoli e molto soggetti a rotture. Walas suggerì di farli più grandi per ridurre le difficoltà,ma il regista Joe Dante insistette per tenerli così, ritenendoli più carini. La frustrazione di lavorare con Gizmo spinse la crew a scrivere una lista dal titolo “Orribili cose da fare a Gizmo” e portò all’inserimento del film di una scena in cui i gremlins appendono Gizmo e gli tirano addosso delle freccette.

POP-NEWS
Notizie dal Mondo: il nuovo western con Tom Hanks

[Reading Time: 40 sec.]

Apparso da poco in rete il trailer e immagini per il nuovo film con Tom Hanks, corredate da data d’uscita ufficiale: 10 febbraio 2021. “Notizie dal Mondo” il nuovo western arriverà in streaming su Netflix, dopo che la piattaforma ne ha acquistato i diritti da Universal (in America è uscito in sala ancora sotto Natale).

La pellicola, basata sul bestseller omonimo di Paulette Jiles, racconta la storia del veterano  Captain Jefferson Kyle Kidd (interpretato da Tom Hanks), che si sposta di città in città per leggere alle folle notizie dal mondo prese dai giornali, di cui altrimenti non avrebbero conoscenza. Tutto cambia quando incontra una bambina (Helena Zengel) e decide di riportarla alla sua famiglia. 

Il film, scritto e diretto dal britannico Paul Greengrass, ha avuto buona accoglienza all’estero e la chimica dei due protagonisti ha riscosso grandi apprezzamenti. Fidandoci delle recensioni di quanti lo hanno visto fin’ora, noi ci diciamo interessati al film, attendiamo dunque di vederlo anche in Italia per poterlo recensire come merita.

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POP-NEWS Notizie dal Mondo: il nuovo western con Tom Hanks [Reading Time: 40 sec.] Apparso da poco in rete il trailer e immagini per il nuovo film con Tom Hanks, corredate da data d’uscita ufficiale: 10 febbraio 2021. “Notizie dal Mondo” il nuovo western arriverà in streaming su Netflix, dopo che la piattaforma ne ha acquistato i diritti da Universal (in America è uscito in sala ancora sotto Natale). La pellicola, basata sul bestseller omonimo di Paulette Jiles, racconta la storia del veterano  Captain Jefferson Kyle Kidd (interpretato da Tom Hanks), che si sposta di città in città per leggere alle folle notizie dal mondo prese dai giornali, di cui altrimenti non avrebbero conoscenza. Tutto cambia quando incontra una bambina (Helena Zengel) e decide di riportarla alla sua famiglia.  Il film, scritto e diretto dal britannico Paul Greengrass, ha avuto buona accoglienza all’estero e la chimica dei due protagonisti ha riscosso grandi apprezzamenti. Fidandoci delle recensioni di quanti lo hanno visto fin’ora, noi ci diciamo interessati al film, attendiamo dunque di vederlo anche in Italia per poterlo recensire come merita.

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